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giovedì 22 marzo 2012

Rita Pacilio su TempoMassimo di Massimo Pacetti (Le gemme - Ed. Progetto Cultura)


La silloge poetica Tempo Massimo di Massimo Pacetti è un percorso poetico che si muove lungo una dimensione individuale ricercando, attraverso la decifrazione del ‘tempo’, la verità vissuta ed immaginata del confine tra la realtà e il possibile. ‘La rifrazione del verso a volte diviene paura d'inganno e la si rifratta in un tempo particolare, in una scheggia, si usa il simbolo per alzare e rendere perenne una entità che sfocia nel pensiero comune’. E’ il ‘tu’ che diventa, infatti, il tempo letterario, la strada non percorsa o forse quella del ricordo e che resta sempre nitida nella mente come ‘il viaggio più lungo’. Pacetti ci porta in luoghi intimi e universali, come sentieri tracciati, dove i tormenti si quietano; i versi vengono sussurrati, ma non nascondono i pensieri del mondo. A volte la parola poetica gioca con la filosofia di vita e il senso cosciente diviene aspetto quasi inconsulto e forza assoluta di associazioni liberatorie, creative. Questa è la emancipazione della poesia che non è mero esercizio concettuale, ma che si lascia andare a funzioni di libertà delle parole non rientrando esclusivamente in schemi di forme retoriche accademiche. Il tempo regna sovrano nell’opera e in effetti esiste come pensiero che coordina la logica e la scienza. Nulla sfugge al dominio della durata del cosmo come momento e luogo di bisogno in cui ordinare il mondo fisico e metafisico rendendo gli istanti umani meno fuggitivi e sempre più folgorati da un presente che azzera ogni fatalità enigmatica e finita. ‘… In effetti, possiamo interpretare la seconda topica di Freud, e tutto un aspetto del suo pensiero, nel modo seguente: la nostra vita ha due poli di cui uno (das Ich) certamente è quello che punta alla fusione degli orizzonti, alla monocromia. La Logica e la supposizione di una Realtà comune sono le stanze principali di questa fusione omologante, universalizzante. Nella logica, ancora più che nell'inconscio non esiste il tempo, la logica tratta della verità in tutti i mondi possibili, e in tutti i tempi possibili. (Per questa ragione Lacan ha potuto affermare che l'inconscio freudiano, proprio perché atemporale, ha una struttura fondamentalmente logica). Ciò che chiamiamo realtà fa eco all'appello per un fondo comune, all'istanza di un tempo assoluto che farebbe orbitare attorno a sé tutti i tempi particolari. L'universalità fusionale del razionalisrno, automatizzando la vita, annulla il tempo. La prova di una realtà comune e universale diventa la macchina, l'automatismo. La macchina è l'ideale atemporale .non solo del razionalismo ma anche di alcuni soggetti, in particolare del soggetti ossessivi … ’ (Sergio Benvenuto) La psicanalisi, quindi, ha sottolineato che il tempo rappresenta spostamenti o metafore al fine di arrivare all’oggetto desiderato per agirlo, per definirlo e concettualizzarlo nell’Io profondo che sogna, medita e partorisce idee. Un tempo Massimo come ‘forza, energia vitale per attraversare e non per eludere il silenzio e la morte’ (Yves Bonnefoy).

Rita Pacilio

domenica 26 febbraio 2012

Manuel Cohen vince il premio Fortini 2011



Dal sito delle edizioni CFR di Gianmario Lucini
Manuel Cohen 
Winterreise.  La traversataoccidentale

ISBN 978-88-897224-33-4
Edizioni CFR - 2012 - pp. 152 € 13,00  (- 25% dal sito per ordini di almeno 20 € complessive)

Silloge prima classificata al Premio Fortini - 2° edizione.




“Traversata” dunque, ma nella cultura, dentro tutto il rimosso della cultura contemporanea. Significa insomma che l’intenzione del poeta, (che diverrà sempre più chiara nel corso delle undici sezioni, così come accresce l’intensità emotiva ed affettiva e lo stesso “ritmo”, a volte, della prosodia) non è quella di sottoporci l’ennesimo quadro storico–generazionale, ma piuttosto quello di rilanciare, sul piano culturale, proprio il rimosso, la pigrizia mentale di almeno due generazioni e dei nostri giorni. Ossia ildovere civile del poeta, il ruolo stesso della poesia nella società, già dagli esordi della poesia epica e tragica. L’intenzione è quella di andare a scavare dentro quei nodi, attualissimi e ancora irrisolti, che la cultura non vuole affrontare perché sono scomodi, veri e propri “scheletri negli armadi” della letteratura (e della poesia in particolare) dello “stile di vita” occidentale, del potere, della politica, e così via. L’intenzione è anche quella della resistenza, ma per nulla remissiva. [...]  Ma forse, più che forza ideale, debbo qui parlare di una sua puntuale “testimonianza alla verità”, sia pur soggettiva, ma senza remore e con grande coraggio. Testimonianza che non si esaurisce certo in se stessa ma diventa, man mano che il libro si sviluppa, vera e propria collera, esplicita e ritmata dalla fonoprosodia,  voglia di reagire, istigazione alla ribellione, ben al di là dell’impegno etico e civile di “dire la verità”. Cosa che manca a troppi poeti, che si appagano nel produrre una poesia, se non di consenso, almeno di “non detto” – la poesia del taciuto, del fra parentesi, del rimosso, appunto. Il testimone non cerca il consenso o l’approvazione: è impegnato dal giuramento, di “dire quello che sa”, al di là del fatto che piaccia o non piaccia, procuri plauso o magari sotterranei rancori – cosa frequentissima nel mondo delle lettere, popolata da insopportabili narcisi e disumanizzata dalla sua autoreferenzialità; o che gli procuri anche una chiusura ideologica a causa della sua chiarezza e delle sue accuse senza remore ai poteri e a chi li incarna (si veda ad es. le sezioni IX e X)
Dotato di tale equipaggiamento, il canto sgorga naturalmente alto e, direi, profetico, nella scia del profetismo laico pasoliniano (che permea in buona parte lo spirito di tutto il poema), condiviso con altri che, pur senza nome o appena riconoscibili per fugaci indicazioni disseminate nei testi, colloquiano col poeta sul basso ostinato della sua proposta critica, in veri e propri dialoghi poetici.
Una poesia forte dunque, segnata qua e là da una vena generazionale (in modo particolare nella terza sezione), che vuole mettere il dito nella piaga perché è dal riconoscimento del fallimento che può nascere una migliore avventura, umana e letteraria (si veda la feroce invettiva di tutta l’ultima sezione).
Cohen, peraltro, è conscio della vocazione piazziaiola di tanta poesia civile, gridata, a volte sgraziata, prolissa, sopra le righe, non di rado sciatta nel linguaggio, imprecisa, spesso ideologica e giacobina. Da critico raffinato si pone dunque anche il problema dello stile e lo affronta in maniera rigorosa, senza uscire mai dalla tradizione di rigore e ricerca della migliore poesia. I ritmi che preferisce sono quelli dell’endecasillabo e del settenario; la fonoprosodia si arricchisce di allitterazioni, di rime interne, di effetti lungamente cercati nel lavoro di lima, guardando alla migliore poesia del secondo novecento. Alla facile soluzione affabulatoria, alla prolissità, Cohen contrappone il rigore semantico e una concisione a volte esasperata e densa di allusioni, ma mai monca. Alla parola banale egli preferisce la parola precisa, capace di dire quello che vuole dire e non “più o meno” un certo significato. Uno stile, dunque (apparentemente) castigato dalla forma chiusa nelle ottave, nella rima, ma dalla densità di contenuti molto rara, nel panorama odierno.  (G. Lucini)

Credo siano tra le cose migliori che la nuova generazione ha saputo proporre in questi ultimi dieci anni: melicità e pensiero, metrica breve e sintassi lunga, vi si raccolgono a far fruttare la lezione del significato espresso ed esplicito reso con fresca musica, che da Saba giunge a Caproni e a Giudici. (Gianni D'Elia)

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giovedì 23 febbraio 2012

Mi vestirei di mare di Carla De Angelis

Nella vita nasce e si nutre la poesia di Carla De Angelis. Non ci sono fingimenti; è la realtà, quella del cuore, a cantare nei suoi versi. E sono versi asciutti perché nulla sia di troppo, perché non servono inutili giri di parole davanti al muto sentire dell’animo.  Proprio in tale sentire, che va oltre la bieca apparenza, che palpita e freme, si sostanzia la poesia di Carla. che diviene una voce forte della nostra contemporaneità dove sintesi e linearità tratteggiano uno stile diretto, incisivo, penetrativo.
Non ci sono avvenimenti eccezionali, personaggi illustri, storie blasonate, ma tutto è ricondotto ad una forte e intensa umanità: è l’uomo e la donna, nella loro quotidianità a essere protagonisti della storia, ad esprimere attraverso semplici e umanissimi gesti il grande senso della vita. Così Carla De Angelis ci dice: “Devi sapere che vivo di piccole cose/e grandi dolori, voli di Icaro/finiscono come gocce di acqua sul fuoco/continuo a pungermi con l’ortica/la porta sempre aperta/entrate  a piedi scalzi /non calpestate i disegni/. Perché ogni piccola cosa della nostra esistenza diventa grande in base al nostro sentire, perché il dolore ci piega e ci rende forti allo stesso tempo, ma soprattutto ci porta a desiderare di volare, come Icaro, purtroppo,  troppo vicino al sole;
Nelle poesie dedicate alla figlia si concentra il senso dell’amore, la dedizione assoluta che travalica la propria condizione per divenire insegnamento universale; non un insegnamento voluto, preteso, ma solo semplicissimo ed umilissino esempio. Carla ci esprime un concetto enorme con pochissime scarne parole: “Resto orfana/quando vai in vacanza/”. Si ribalta il ruolo materno, l’amore è così forte da privarci di ogni nostro passato davanti alla sua mancanza e la parola poetica diviene potenza assoluta.
Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a includere la poesia di Carla De Angelis nei quaderni “Le gemme”, perché sento l’autenticità dei suoi versi nei quali la parola assume senso e sostanza: è l’anelito infinito dell’uomo che respira aria, ma anela a vestirsi di mare.
                                                                                Cinzia Marulli Ramadori