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lunedì 24 luglio 2017

ParolaPoesia: Il senso storico della poesia - Democrazia di Alberto Toni (Ed. La Vita Felice - Collana Sguardi 2011)

Alberto Toni - foto di Dino Ignani
Riporto di seguito una mia nota di lettura a Democrazia di Alberto Toni e un cui stralcio fu pubblicato sul n. 24 della rivisita La Mosca.
Cinzia Marulli

Si tratta, come del resto ci suggerisce il titolo “Democrazia” di un poemetto di carattere civile che riporta all’inizio una introduzione nota-critica di Gabriela Fantato (curatrice della collana) e una post-fazione di Elio Pecora.
Il Poemetto è diviso in cinque parti.
La prima parte incomincia con una citazione tratta dal romanzo “Primavera di bellezza”di Beppe Fenoglio («Hai un’idea dei morti? Il bollettino dell’una dovrebbe già parlarne.»/«Vuoi che in un’ora li contino tutti?»/«Non lo riveleranno mai, credi a me, mai. »/ «Uno almeno di quei bestioni lo avranno abbattuto?): che ci introduce nella seconda guerra mondiale, ci rappresenta l’orrore della guerra con i suoi morti, ma anche la sua ipocrisia (non ce lo riveleranno mai). Tuttavia non è esatto definire un tempo perché una delle sensazioni più forti che si provano leggendo il poemetto di Toni è proprio quella di ritrovarsi oltre il tempo, in una dimensione atemporale. La guerra, dunque, poco importa se è la seconda guerra mondiale, è la Guerra, il concetto stesso nella sua essenza ad essere preso in esame, sono tutte le guerre del mondo, quelle passate e quelle potenzialmente future. Qui, in questa prima parte la guerra viene esaminata, sezionata, condannata e perfino superata con una visione nel bene e nella speranza, non siamo infatti di fronte ad una poesia civile fine a se stessa, ma ad una poesia che definirei anche di “esortazione” nella quale è forte il senso della coscienza e la consapevolezza del bene da conquistare, un bene visto come fine verso il quale tendere e in cui credere: la bontà dedicata all’eroe nell’atto/supremo, il figlio ritrova il padre,/con lui scrive la legge, la ritaglia a/misura d’uomo, come non mai, una/fonte.
Appare la figura delle “madri” portatrici di speranza, di nuove aperture, già consapevoli dell’assurdità della guerra: Qualcuno diceva la salvezza/ha bisogno del fuoco, le madri/in gesti di stizza verso i soldati/che non capiscono. Dentro la/tenda il puzzo è insopportabile./
Colpisce la poesia di Alberto Toni perché crea suggestioni. E’ una poesia che penetra, entra dentro, s’insinua, è una poesia che si “sente”, smuove le sensazioni, i sentimenti, le percezioni: non ci descrive la guerra, ce la fa vivere.
Anche nella seconda parte l’apertura ci porta alla fine del conflitto: /…Un ragazzo sventola la bandiera/, ma soprattutto ci pone davanti a un fatto determinante: Democrazia è pazienza…./ In questo verso, in questa sintesi esemplare è racchiuso tutto il lavoro, il sacrificio, il credo, gli ideali che sono alla base della democrazia. La democrazia è una lunga, difficile e dolorosa conquista. Alberto Toni ci ne espone il senso profondo: Una cupola?Una guglia?Trova tu la consonanza/tra distruzione e pietra, tra fenomenali/conseguenze e cerchi magici della/comunità. La metteremo ai voti,/onesti, come abbiamo sempre fatto con gli altri./
Toni dunque ci ricorda che la democrazia non si fonda solo sulla conquista della libertà, ma che ha come fondamento l’onestà. Pazienza e onestà,  tanto da sentire il bisogno di ripeterci verso la fine della seconda parte: Abbi pazienza./Per la democrazia abbi pazienza./…
Nella terza parte si procede verso la meta , si cammina in avanti con sempre maggiore consapevolezza. E’ necessario guardare avanti senza soffermarsi a pensare a ciò che non necessità, bisogna concentrarsi e non recriminare su quello che non serve: Quello che non volevamo. Cancellalo,/toglilo dalla prospettiva: soltanto un peso,/e non abbiamo bisogno di ragioni/sfilacciate, tediose, ma di aria,/pellegrini./ E’ di nuovo una esortazione a non soffermarsi a guardare al negativo, ma a focalizzare lo sguardo verso la meta giusta, verso ciò che si vuole veramente, a non perdersi. Ma attenzione, non si può andare avanti senza ricordare il passato, senza tenerlo sempre bene in vista: …/ritaglia dalla ruota del camion il ritratto/di tua madre e tienilo sempre con te,/non puoi tentare il futuro senza il ritratto/di tua madre./
In questa terza sezione Alberto Toni si sofferma maggiormente sul significato stesso di democrazia,
sulla sua essenza: Anche il sorriso dovrà fondersi con il tuo./ Tutto il sacrificio nascosto, dirimere/ le questioni irrisolte, di sera davanti/l’uno all’altro, fino a quando non ci sarà/tregua. Non è forse racchiuso in questi versi il senso profondo della democrazia?
La quarta parte si apre con una citazione di P.P. Pasolini tratta da Trasumanar e organizzar:  
- Come dice Euripide: «La democrazia consiste in queste semplici parole: chi ha qualche utile consiglio da dare alla sua patria?» 
Siamo quindi un passo avanti nella ricostruzione, ma qui forte è il senso del sacrificio  e del dolore. Cosa ci ha lasciato la guerra? Il dolore delle madri in lutto - e proprio per questo “Ora è tempo di lavoro” dice Toni. Tutti quei giovani morti non possono essere periti invano. Sono loro che hanno pagato per tutti e noi abbiamo il dovere di rendere sacre quelle morti attraverso il nostro lavoro per costruire un mondo di bene: “Chi ha qualcosa da dire di buono. Perché/ il sole è già alto e quello avanti sono un/ bel gruppo per l’avanguardia, le riserve/ ci sono, gli zaini, una bandiera rimediata./
E’ una sezione che porta alla riflessione e alla considerazione che la democrazia deve essere fatta con l’apporto di tutti, all’unisono.
La quinta e ultima parte si apre con una citazione di De Amicis tratta dal libro Cuore: L’educazione di un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno ch’egli tien per la strada.
E’ dunque evidente qui il richiamo al senso civico di un popolo, alla sua capacità di relazionarsi in un contesto sociale.  In questa parte è meno evidente il senso tragico, tuttavia rimane presente, anzi direi incombente, il dolore della guerra, il sacrificio della ricostruzione.
Tutto il poemetto è un viaggio, una ricostruzione storica del sacrificio di tutti i popoli per la conquista di una società democratica e civile: dalla guerra, dal dolore estremo profondo si deve uscire e percorrere con pazienza e onestà un sentiero fatto di lavoro e di ideali per raggiungere la meta. In un certo senso, quindi, questo poemetto potrebbe essere definito “di carattere storico” perché esamina con occhio attento la storia dell’umanità rapportandola alla nostra condizione attuale e ci lancia un monito, un avviso, quasi una preghiera: non sprechiamo quello che è stato conquistato con tanto sacrificio.
                                                                                                                 Cinzia Marulli


Da Democrazia di Alberto Toni

[…]
Nel fango, esterrefatti, andiamo
a raccoglierli, vuoi vedere la mia
giacca a brandelli e ciò che resta
come in un museo di solitudine
e di guerra?

A turno, la parola, da nord a sud
in assemblea, anche le madri, ciò
che resta in un giorno qualsiasi
in una primavera appena cominciata
e bella.

Pulire la strada, rassettare, prendere
la parola, perderla, dividere, tacere,
il tonfo, la gamba che fa male, ora
mi fermo e ascolto, ora che tutto è
deciso.

Quando scende la notte sui tetti e
tutto è fermo, lì non basta, non
serve, non altro spirito che fermare
la diaspora e scendere a patti in
ombra.



[…]
Democrazia è pazienza, abbonda
la pazienza sulle nostre teste, nei
cuori, la scia lunga degli automezzi
al confine. Un ragazzo sventola la
bandiera.

Audace per scelta forzata di libertà –
lieti saranno i giorni, in festa anche
nei campi liberati, e il confronto
serrato con la popolazione, serve
tutto.

Dovunque si alza un cuore, là
si conservano intatti gli accordi.
Il viaggio è ancora lungo e troppi
sono i pericoli. Abbiamo pazienza
e la pazienza è il ramo sempreverde.

[…]

Abbi pazienza.
Per la democrazia abbi pazienza.
Una rinuncia
o forse la miccia, Nino, come l’altro,
Tito,
seduti adesso a forza dopo una perlustrazione,
le scosse dell’automezzo. E le dita provate,
il cappello, stai buono se no ci scoprono.

C’è di mezzo la politica. Ma il cielo,
il cielo viola di cenere e lapilli, dopo
lascerai il bel canto di lei per unirti
a noi? Lei, la bella musicista a cui
aspiri.

Ti teneva con il bel concerto mentre
fuori imbruniva e gli altri discutevano.
La poesia che incendia e non lo sai
nemmeno è più graffiante di una lettera
da casa.

[…]


Alberto Toni si è laureato all'Università La Sapienza di Roma in Lettere con una tesi sull'opera di Sandro Penna. Vive a Roma dove lavora come insegnante.

Negli anni '80 ha partecipato a numerose letture pubbliche, tra cui il Festival Internazionale dei Poeti del 1984 nell'ambito dell'Estate Romana e ha pubblicato su diverse riviste di poesia, tra cui Nuovi Argomenti, Arsenale, Prato Pagano, Tabula (con una prefazione di Amelia Rosselli). Con la raccolta poetica Liturgia delle ore ha conseguito il Premio Internazionale Eugenio Montale.
Dal 1984 al 1989 ha collaborato alle pagine culturali di Paese Sera. È autore di varie raccolte di poesia, racconti, testi per il teatro. La sua poesia, come scrive Alberto Bertoni nell’Almanacco dello Specchio, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, si muove dentro una "radice comune", configurandosi come esperienza di una religiosità laica, dentro gli avvenimenti della storia e un vissuto privato.
È anche autore di teatro: Gabriele! Gabriele!, prima rappresentazione al Teatro Politecnico di Roma con la regia di Giuseppe Marini, 1997; nuovo allestimento: Laboratori Metis Teatro, Casa delle Culture, Roma, con l'amichevole partecipazione di Walter Toschi nel ruolo di Gabriele D'Annunzio, adattamento e regia di Alessia Oteri, 2014; del 2003 il monologo in versi Donna su una poltrona rossa, (Editrice Ianua), al Teatro Argot con Paola Lorenzoni nell'ambito della rassegna Vetrina di Scena sensibile, Roma 2004. Ha tradotto, tra gli altri, testi di E. Dickinson, T. S. Eliot, M. Leiris. Scrive di critica letteraria su periodici e quotidiani.
Il 18 agosto 2016 a Ponte di Legno è stato inaugurato il sesto Totem della poesia con un suo testo intitolato Legno.

Ha pubblicato:
Poesia
La chiara immagine, Rossi & Spera, Roma 1987 (Premio speciale opera prima L'isola di Arturo - Elsa Morante)
Partenza, Empirìa, Roma 1988
Dogali, Empirìa, Roma 1997 (Premio Sandro Penna)
Liturgia delle ore, Jaca Book, Milano 1998 (Premio internazionale Eugenio Montale)
Teatralità dell'atto, Passigli, Firenze 2004 (Premio Pier Paolo Pasolini)
Mare di dentro, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2009
Alla lontana, alla prima luce del mondo, Jaca Book, Milano 2009 (finalista Premio Brancati, Premio Camaiore, Premio Dessì) ISBN 978-88-16-52037-0
Democrazia, La Vita Felice, Milano 2011
Un padre, in Almanacco dello Specchio 2010-2011, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011
Polvere, sassi, oli, Il Bulino, Roma 2012
Mare di dentro e altre poesie, e-book, LaRecherche.it in collaborazione con Poesia 2.0, 2013
Et allons, Edizioni Progetto Cultura, Roma 2013
Stone Green. Selected Poems 1980-2010 (traduzione di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti), Gradiva Publications, Stony Brook, New York 2014
Vivo così, Nomos Edizioni, Busto Arsizio 2014 (secondo premio Pontedilegno Poesia 2015; finalista premio Nazionale Frascati Poesia - Antonio Seccareccia)
Il dolore, Samuele Editore, Fanna (PN) 2016

Narrativa
Quanto è lungo il sempre, Manni, Lecce 2001
L'anima a Friburgo, Edup, Roma 2007

Saggistica
Con Bassani verso Ferrara, Unicopli, Milano 2001
Livorno, Unicopli, Milano 2016




               

domenica 25 giugno 2017

ParolaPoesia: La poetica di Giorgio Caproni di Andrea Mariotti

Giorgio Caprioni - foto di Dino Ignani
C’è una poesia di Giorgio Caproni paradigmatica dalla quale converrà prendere le mosse nel presente scritto, intitolata "Battendo a macchina": “Mia mano, fatti piuma:/ fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera,/ sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima,/ che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera…”; più che sufficiente davvero, tale poesia, grazie a questa sua prima strofe (inclusa nei "Versi livornesi", all’interno dalla raccolta IL SEME DEL PIANGERE, 1959) per comprendere il difficile e felice equilibrio tra spirito aristocratico e vena popolare raggiunto in modo esemplare da Caproni con la suddetta raccolta; per diversi studiosi il frutto più fine della sua storia poetica (e basterà citare al riguardo nomi come quelli di Biancamaria Frabotta e Pier Vincenzo Mengaldo; quest’ultimo prefatore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta). Difficile se non impossibile, naturalmente, negare la grazia affilata della poesia di Giorgio Caproni fino all’acme del SEME DEL PIANGERE, dagli esordi genovesi influenzati dalle correnti ermetiche e, in particolare, dalla presenza tutelare e costante di Camillo Sbarbaro. Del resto non andranno dimenticati, del nostro poeta (nato a Livorno nel 1912), i notevoli sonetti “monoblocco” inclusi nel PASSAGGIO D’ENEA (raccolta del 1956) fra i quali spicca per chi scrive "Alba" (1945), con endecasillabi tronchi in uscita non vocalica rafforzati da interiezioni sapienti ( a frantumare la musica consolidata di una forma dorata e “chiusa” della nostra grande tradizione letteraria). In ogni caso anche il peso del PASSAGGIO D’ENEA risulta evidente, nello sviluppo del lavoro poetico del grande Livornese, alludendo alle famose e bellissime "Stanze della funicolare" leggibili in tale raccolta. Sarà bene a questo punto rammentare – volendo giungere al cuore di quanto mi preme sottolineare più avanti su Caproni- la finissima attività di traduttore del poeta, ripensando soprattutto ai suoi Proust, Céline, per tacer d’altri; giacché tale attività ha dischiuso ovviamente al grande Livornese, per sua stessa ammissione, lungo il corso degli anni, “zone” dell’affettività e della cognizione altrimenti insondate. Ma eccoci al punto: i lettori che amano il nostro poeta, e sono in molti, sanno di una innegabile, rilevante cesura fra un “primo” Caproni e un “secondo” Caproni, per così dire; cesura sulla quale sarà necessario insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, in merito, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profondissima metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide prove (il pensiero torna, soprattutto, ai citati "Versi livornesi" del SEME DEL PIANGERE e dedicati ad Anna Picchi, ricamatrice e suonatrice di chitarra, madre del poeta; poeta-violinista, questi, peraltro, diplomato in composizione giovanissimo a Genova). Sia come sia, con il CONGEDO del 1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il “viaggio metafisico” di Giorgio Caproni, in tutta evidenza. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre- fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e sottilmente sabotatore come già detto, della nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, secondo quanto osservato da Italo Calvino (e non a caso il grande Livornese è stato accostato a Samuel Beckett). Il nostro poeta, austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, parlerà in effetti con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe IL MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che nel libro la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo; senza stupirsene più di tanto da parte nostra; ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i grandi poeti del Novecento italiano più intensamente di altri; nel senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista strettamente critico. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo IL FRANCO CACCIATORE del 1982 -laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva a parer mio giustamente Pier Vincenzo Mengaldo in antitesi, nella fattispecie, agli eccessivi entusiasmi di Pietro Citati- eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, del 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di agnizione nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, ossia a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Il poeta morì il 22 gennaio 1990; sul comodino (è stato riferito) la pagina della COMMEDIA laddove spiccano i famosi versi: “L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina”; Purg. I, 115-7: il giorno successivo, 23 gennaio, il suo funerale, senza la presenza delle autorità (nel quartiere romano di Monteverde, dove abitava); in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe chiosare con amara asciuttezza (non mancarono però Walter Binni, Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli). D’altronde la poesia di Giorgio Caproni costituisce un patrimonio ricchissimo e attuale della mente e del cuore di numerosi lettori; e di chi scrive in modo particolare -mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal grande Livornese, nella piazza dove sbocca la salita di via Pio Foà (via lungo la quale, dal 2012- in occasione del centenario della nascita di Caproni- è visibile al numero 28 una targa che lo ricorda, assieme ai versi di "Dopo la notizia", dal MURO DELLA TERRA). Mi piace concludere questo scritto citando di Caproni i versi in morte di Pasolini, suo grande amico (intitolati "Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini" , ora inclusi nella raccolta postuma RES AMISSA, 1991, curata da Giorgio Agamben): “Caro Pier Paolo./ Il bene che ci volevamo/ -lo sai- era puro./ E puro è il mio dolore./ Non voglio pubblicizzarlo./ Non voglio, per farmi bello,/ fregiarmi della tua morte/ come d’un fiore all’occhiello.” Così era Giorgio Caproni, maestro elementare fino al 1973: un uomo riservato e fiero che insegnava ai suoi alunni invogliandoli a scrivere versi; non negandosi neppure a scuola la gioia del trenino elettrico.
         Andrea Mariotti


(scritto apparso nel blog andreamariotti.it in data 9/4/15 e successivamente incluso nel numero 61, maggio/agosto 2015, della rivista letteraria I FIORI DEL MALE)


Andrea Mariotti è nato a Roma nel 1955. E’ poeta e critico letterario. Studioso di Giacomo Leopardi, al quale ha dedicato il suo lavoro di laurea centrato sul pensiero filosofico del grande Recanatense intorno al tema dell’amore. Ha pubblicato due sillogi poetiche. E’ fino conoscitore della musica classica e della pittura.