giovedì 9 febbraio 2017

Anteprima "La casa delle fate" di Cinzia Marulli

In uscita a marzo "La casa delle fate" per le Edizioni La Vita Felice, raccolta vincitrice della prima edizione del Premio di Poesia Casa Museo Alda Merini (Giuria: Vivian Lamarque, Franco Buffoni, Sergio Bozzola, Diana Battaggia, Rita Pacilio, Giovanni Nuti, Bruna Colacicco e Vincenzo Costantino). 

Nota dell'autrice


Per circa due anni ho portato avanti un laboratorio di poesia all’interno di una casa di riposo per donne anziane. Un’esperienza che mi ha fatto conoscere da vicino la condizione della terza età, forse quella meno privilegiata, più afflitta da problemi fisici e di malattia. Le case di riposo sono luoghi dove esistono situazioni di solitudine se non addirittura di abbandono da parte di figli e parenti lontani, ma anche di figli costretti a causa degli impegni lavorativi a “ricoverare” i propri genitori non più autosufficienti o totalmente invalidi. Sono situazioni complesse, ingiudicabili, che evidenziano una condizione difficile che andrebbe gestita con grande umanità. L’idea di questo laboratorio è nata spontanea dopo un breve ricovero di mia madre presso una di queste strutture, ricovero al quale sono dovuta ricorrere perché nessuna clinica riabilitativa pubblica aveva accettato di curarla a seguito di una frattura gravissima.  In questo luogo, che mia madre stessa chiamò la casa delle fate, ho potuto offrirle una riabilitazione che l’ha portata a camminare di nuovo, piccoli passetti, ma dall’enorme significato per una persona che si ritrova a vivere con un corpo morto e alla quale sono preclusi i più piccoli e umili gesti della quotidianità. Pur essendo un luogo estraneo era comunque una struttura buona perché consentiva alle famiglie di rimanere accanto ai propri anziani, di collaborare fattivamente nella gestione e di rimanere anche a dormire insieme a loro. Durante le mie visite ho iniziato, quasi per gioco, a leggere alle signore ospiti delle poesie. Si è aperto un mondo. La loro risposta è stata eccezionale. Mi attendevano ogni giorno pronte ad ascoltare i testi che avevo preparato per loro per poi lasciarsi andare ai ricordi, alle chiacchiere e perfino alle risate.  Il risultato nel tempo è che tutte avevano trovato un nuovo stimolo alla vita, si sentivano partecipi e attive di qualcosa che potevano fare nonostante la loro condizione fisica. Ovviamente il livello culturale era molto vario, ma non c’era una competizione di bravura e di conoscenza. La poesia le aveva rese nuovamente vive e loro erano felici.
Ho continuato questo laboratorio anche dopo la morte di mia madre, che sopraggiunse a causa dei suoi problemi cardiaci, e sono stata costretta a terminarlo perché la struttura chiuse non avendo ricevuto più i finanziamenti necessari. Fu una cosa molto triste. Era un luogo che funzionava. Era la casa delle fate.
Ho scritto questa raccolta per ricordare, perché penso che occuparsi dei nostri anziani sia un dovere ma anche e soprattutto un diritto e come tale deve essere riconosciuto e sostenuto.
Non è un libro di denuncia e tanto meno vuole essere autobiografico, ma ha l’intento pretenzioso di parlare di qualcosa che in genere è taciuto: la vecchiaia. Credo che ci riguardi tutti ed è importante prendere coscienza di questa condizione perché quello che c’è da migliorare si può migliorare, a volte veramente con poco.
Perché dunque la poesia? Perché è il mio linguaggio, Perché scava nell’oltre e nelle coscienze. Perché, come ha scritto Borges nell’Invenzione della Poesia, non esiste argomento precluso per essa. Perché credo fermamente che la poesia possa cambiare le cose e le mie fate me lo hanno dimostrato. Una cosa inutile come la poesia è stata di un’utilità incredibile davanti al cedere della vita. E Anna, Maria, Giovanna, Francesca, Vincenzina, Luisa, Anna Rita, Rosalba e Ludovica me lo hanno provato con i lori occhi tornati a splendere, sia pure adagiati su una sedia a rotelle e lontani dalle loro case.
Dedico, dunque, questi miei scritti a tutti noi che diventeremo vecchi e alle nostre famiglie affinché si ricordino che  l’amore è importante e sul finire della vita diventa assolutamente necessario.
Cinzia Marulli

giovedì 26 gennaio 2017

Anna Maria Curci su Percorsi di Cinzia Marulli


Le domande che costellano i Percorsi di Cinzia Marulli nella raccolta omonima seguono il ritmo dei passi, assecondano il battito, costeggiano orli temerari senza temerli, anelano all’onda. La ricerca incessante di risposte tende sì la mano «al miracolo/ piano» (Hilde Domin), ma non è attesa passiva. Si fa, al contrario, formulazione propositiva, che non ha paura di usare concetti vasti come luce, pace, amore. Sono domande che disegnano traiettorie multiple: rettilinee, ellittiche e, tra le predilette, circolari. C’è una nozione ben precisa della musica che accompagna e governa, talvolta, queste traiettorie: la musica di singoli strumenti, che spesso, come lo xilofono, danno luogo perfino a verbi creati dall’autrice; la musica del silenzio e, sopra tutte, la musica delle sfere con la sua universalità e le sue proporzioni.
Nelle tre sezioni che compongono il volume, Il senso bianco delle nuvole, Il paradosso del cerchio e Il riflesso della luce, è possibile individuare coppie contrastanti eppure complementari: la sabbia e la roccia, l’acqua e il vuoto, la gioia e il dolore, il filo d’erba e l’albero, la memoria e il rimpianto, la luce e il buio, l’arrivederci e il commiato. Contrasto e complementarità mostrano come nella poesia di Cinzia Marulli intelletto (davvero, qui, intus legere) e anima si accordino per una visione completa, consapevole sì delle contraddizioni, degli urti e dei traumi delle esperienze e dei più orrendi soprusi – rievocati, denunciati, questi, con gesto tanto misurato quanto inequivocabile, ché non si può guardare dall’altra parte, non si può ignorare e la misura non è certo indifferenza, ma padronanza piena del mezzo espressivo – ma ancora desiderosa e capace di spiccare il volo, non in orgogliosa solitudine, bensì per lasciarsi cadere nella vastità di distese d’acqua che tutto e tutti accolgono, per ritrovarsi, persino nella visione di sé dopo la morte, «seduta lì – insieme a voi».
© Anna Maria Curci
***
Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
in quel vuoto che avvolge
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino.
Nell’apparente conclusione di un percorso
si sfiorano i sentieri del domani.
.
*
Anche la sabbia
un tempo era roccia solida
ora è nulla davanti all’onda
che ne fa gioco;
sapersi piegare
come un ramo davanti al tempo
è il senso della forza.
Ma il segreto, forse
è nella comprensione
che nulla di ciò che è imposto
può essere chiamato amore.
.
*
È bello il cerchio
perché non finisce mai
perché ogni punto sulla circonferenza
è equidistante dal centro
perché è tondo come il ventre
pregno di una madre.
S’è fatto mare il pensiero
e m’ha immersa nel sogno
nella sua frescura mi piace restare
non la voglio l’afa del vero
quel suo essere pietra dura
mi scheggia il dolore
ma c’è luce alla finestra
m’acceca
e la sveglia continua a suonare
la monotonia dell’apparenza.
.
*
Te lo ricordi
il caffè alle quattro di mattina
quando il buio ancora penetrava nelle ossa?
Qualche straccio addosso,
il vecchio cappotto nero e uno scialle intorno alla testa
per affrontare il freddo
e poi, tu e papà
lungo via del Tritone a camminare silenziosi
fianco a fianco
con la testa bassa e il sonno negli occhi
l’ufficio sempre lo stesso
le stesse cose da pulire
con le ginocchia sul parquet lucido
e le mani sante nelle latrine
io invece ancora a casa
con i libri sulle ginocchia
e poi a scuola
a lavare lo straccio sporco di miseria.
.
*
Eppure c’è un sentiero
che porta in alto
in quel luogo di sole
dove l’ombra è amica
un luogo piccino
che affaccenda il respiro
e il riposo saluta
come farebbe un amico
e questa chiave
che giace a terra sconsolata
sa che non ci sono serrature
in quella porta
il varco è aperto
e attende
attende il passo
lentamente sorridere
perché giocano i bambini
e loro non hanno segreti
e nulla è chiuso.
.
*
Ho sentito dire che la vita è una cosa seria.
È la morte ad essere beffarda,
ma il come è un’altra cosa.
Forse nel sorriso è il segreto di tutto
in quel piccolo topo
che fugge veloce
e cerca il suo riparo.


martedì 20 dicembre 2016

El Sol de Zacatecas - 3 dicembre 2016

Il seguente articolo è stato pubblicato su El Sol de Zacatecas il 3 dicembre 2016 in occasione del Festival Internazionale di Poesia Ramon Lopez Velarde (29 novembre - 3 dicembre 2026) svoltosi a Zacatecas in Messico.
Nella foto oltre a me intenta nella lettura sono presenti alla mia destra Rolando Kattán dell'Honduras, Iván Oñate dell'Ecuador e alla mia sinistra José Javier Villarreal del Messico.


Cinzia Marulli su La Jornada Zacatecas - Supplemento La Gualdra di Janea Estrada

In occasione del 33esimo Festival Internazionale di Poesia Ramon Lopez Velarde svoltosi a Zacatecas (Messico) dal 29 novembre al 3 dicembre 2016 è stato pubblicato un numero speciale di "La Gualdra" (supplemento a la Jornada Zacatecas) dedicato interamente al Festival e ai suoi ospiti.
Di seguido l'articolo a me dedicato.

http://ljz.mx/2016/11/28/185118/

https://issuu.com/lajornadazacatecas.com.mx/docs/la_gualdra_272


Maurizio Soldini su "Percorsi" (Ed. La Vita Felice)

Maurizio Soldini su “Percorsi” (La Vita Felice 2016)
Pubblicata su Avvenire – 20 dicembre 2016


Questa nuova silloge di Cinzia Marulli fa il punto su parola e vita nell’orizzonte in cui si tracciano quei percorsi, - il titolo della raccolta è appunto "Percorsi " - che in qualche modo tentano di ricucire gli strappi dell’assenza con la presenza. La vita ha un incipit ma anche un exitus. Ecco il dato di fatto. Sembrerebbe allora che ancora una volta abbia ragione Heidegger, quando afferma che l’uomo è un essere per la morte. Ma qui la poeta lo contraddice nei termini, dal momento che attraverso l’excursus dei suoi vissuti, tra andate e ritorni, percorsi con buone suole, mette in tutta evidenza come sia possibile non solo la vita per la vita, e quindi non per la morte, ma come anche per paradosso la morte sia per la vita. C’è qui indubbiamente un senso di latente malinconia e di nostalgia per il tempo che passa e che fa ombra su cose e persone. In particolare le persone più care, come la madre e il padre, a cui sono dedicati diversi passaggi nell’attraversamento esistenziale di questi percorsi. In questa poesia, di primo acchito, sembrerebbe essere davanti a una lirica pura, riferita a una dimensione del tutto personale di quel passaggio, che spesso sembrerebbe rasentare una metafisica insoluta. In questi percorsi, invece, ogni lettore ritrova la concretezza della propria condizione che sta tutta nell’universalità della condizione esistenziale dell’uomo così come rappresentata dalla poeta. Concretezza, universalità e realismo integrale - nel senso che fisica e metafisica trovano il giusto connubio – fanno di questi versi quell’autentica poesia, che a fronte di un novecentismo ormai superato ci indicano il percorso che la poesia contemporanea è quasi obbligata a fare nella ricerca di un senso che giustifichi in qualche modo l’esistenza a vanificare nichilismi di ritorno come quello heideggeriano o come altri nichilismi sposati molto bene a sperimentalismi minimalisti che si crogiolano del solo materialismo. Nei versi della Marulli c’è, invece, l’apertura alla vita e alla sua pienezza d’essere, alla bellezza della vita e alla speranza che questa vita e questa bellezza permangano al di là della morte. In questo gioca un ruolo particolare la parola poetica che con i suoi percorsi tenta i sentieri della permanenza o meglio di una eternità che contrasti e vanifichi l’assenza, ergo la vita che vince sulla morte. La luce che spiazza le ombre e porta con i suoi percorsi alla radura di rinascita. La luce… questa luce che è una costante della silloge. “È qui che risiede la soluzione/ nel senso primordiale dell’essere”. E quindi non fermiamoci ai lati d’ombra, ma “cerchiamo invece la bellezza in ogni cosa, in ogni volto/che la luce fa sparire il buio/ affievolisce il rumore e ci immerge in un’armonia di note/ ed è dolcissimo, credetemi, addormentarsi sotto la chiara luce del bene”. E allora c’è sempre un surplus di ottimismo nella speranza, perché i percorsi solo apparentemente hanno una conclusione e già tracciano sentieri di senso per il futuro: “Nell’apparente conclusione di un percorso/ si sfiorano i sentieri del domani”. Anche se permane il mistero dell’oltre: “Lo sai cosa c’è oltre?/ A volte credo di averlo fatto il viaggio/ ma non so se era immaginazione// certo, il sogno porta nella luce// ma io ragiono con la misura della terra/ e non so comprendere/ il senso bianco delle nuvole”.

Luigi Oldani su “Percorsi” di Cinzia Marulli (Ed. La Vita Felice)

Leggi la recensione su Pioggia Obliqua


Ho voluto leggere  Percorsi, di Cinzia Marulli, senza nessun intento da recensore, se così posso dire, ma ‘da poeta a poeta’…
Questo libro già con il titolo ci annuncia l’intento, un cammino in un sentiero che si svelerà poi per il lettore, chiaro e preciso, espresso con delicata forza. Un viaggio che centra l’Uomo, o meglio il Tutto.
”Il tempo non conta e neanche la lunghezza del percorso/Ciò che conta, invece, è mettere un passo dietro l’altro”, ecco questo cammino in cui tutto si muove intorno alla poeta, un viaggio profondo che la porta a contattare, a dialogare  con ombre, voci, con la natura…, il ritorno è essenziale, certo, ma un ritorno in cui si è come purificati, forse dopo la vita comune, il dolore, il pianto….
Purificati dalla comprensione, dalla sofferenza, dalla conoscenza e dall’essere coscienti della realtà, ma senza separazione con tutto ciò che è Vita, senza arroganza, ci si dissolve così nella natura, si aspetta, su un picco, per volare che le ali spuntino, ma alla fine esse sono inessenziali per gettarsi nel cielo-Vuoto e ci si getta! Ecco la Vita.
E che dire di quei delicatissimi “fili d’erba” che ogni tanto spuntano tra le parole…
La leggerezza di queste poesie, il silenzio a cui rimandano e direi quasi la grazia e la gentilezza che esprimono, accentuano in un modo tutto suo la forza di questi testi, di una scrittura pulita, limpida, dal ritmo sicuro e spesso incalzante, una poesia che sa dove ‘andare’, ha un preciso ordine e le ‘tappe’ di questo viaggio hanno tutte un senso profondo, si toccano gli elementi della Terra, i dolori degli esseri umani. E il disperdersi “ghianda dispersa nella terra”, è un esserci in tutte le cose, non un abbandono, non un lasciarsi andare, è un essere partecipi al Tutto, per comprendere e per forse ritornare nella vita dove prima si era ma non come prima.
Il tempo non c’è inteso come scansione ‘normale’, c’è il Grande tempo, che abbraccia il passato e il futuro in un unicum che pur nell’incertezza governa l’Universo, con salde radici nella terra. E naturalmente c’è la morte, grande tema qui affrontato quasi con naturalezza, certo il dolore si sente, ma l’accettazione “ Pensatemi allegra in questa morte che non è nero” ribadisce quella leggerezza e soprattutto quell’esprimere un pensiero caro ad oriente che affiora un po’ ovunque, “i fili d’erba”. Una ricerca spirituale che si alimenta e abbraccia culture diverse, quasi all’opposto oriente e occidente, ma che qui si unificano per celebrare quella Unità che permette di custodire, di coltivare “davanti a me -la luce-”, come scrive Cinzia Marulli.
Nei suoi bei versi, ben calibrati e mai esagerati, come dicevo, di una raffinata maestria, la parola, la poesia ha un ruolo, me lo si lasci dire, offre “la grande apertura di cuore” come si dice ad oriente, per “salvarsi e salvare” e continuare il Percorso.

Luigi Oldani
                                                                                                                                                                                             da Percorsi, Cinzia Marulli. 

Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
in quel vuoto che avvolge
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino.
Nell’apparente conclusione di un percorso
si sfiorano i sentieri del domani.

 *
Mi sono sempre chiesta dove vanno le nuvole
a chi porteranno l’acqua della loro pioggia.
Non ci sono orme
nessuno che calpesti questa terra umida
eppure sento un sorriso avvicinarsi
l’abbraccio invisibile della luce a trafiggere il buio.