mercoledì 21 settembre 2016

Jean Portante e Cinzia Marulli da Empiria il 7 ottobre 2016

Il 7 ottobre 2016 alle ore 18.30 ci incontreremo da Empiria (Via Baccina 79 - Roma) per parlare insieme delle ultime raccolte poetiche di Jean Portante e Cinzia Marulli, rispettivamente"I 4 tremori del giardino" e "Percorsi" entrambi edite da La Vita Felice. Relatori d'eccezione Valerio Magrelli e Nicola Bultrini. L'evento sarà condotto dal direttore editoriale poesia di La Vita Felice, Diana Battaggia.
Entrata libera.

martedì 20 settembre 2016

Salvatore Contessini su Percorsi di Cinzia Marulli

Riporto di seguito la nota di lettura inviatami oggi da Salvatore Contessini e pubblicata sul sito della
Casa Editrice La Vita Felice
leggi la recensione su La Vita Felice

Il lustro di Cinzia Marulli

di Salvatore Contessini

Cinque anni sono trascorsi tra Agave – prima pubblicazione di Marulli - e Percorsi, tra radice e direzione, e si coglie appieno il processo di maturazione dell’autrice, non solo nella scelta dei versi, ma nella composizione e nei temi trattati: tappe obbligate, stazioni di un itinerario in cui memoria e tempo continuano a sviluppare il loro fascino magnetico, unitamente agli elementi naturali che costellano i testi e dei quali l'acqua, con la ripetuta presenza del mare, ne dichiara preminenza.
L’incisiva presenza di tematiche civili, a cui la sensibilità della Marulli fa omaggio, denota un orizzonte poetico aperto all’alterità e non ripiegato unicamente sull’io che, quando appare, diventa un protagonista alquanto originale, specialmente nell’ultima sezione dove si rileva una confidenza – sardonica – con il tema della fine.
I temi, già in nuce in Agave, trovano in questa silloge la chiusura del cerchio e il soggetto del punto equidistante con il paradosso a cui più densamente dedicata è l'attenzione nella parte centrale della pubblicazione. L’attenzione lessicale molto misurata e la cura dei particolari sono indicatori di come il progetto, alla base della raccolta, sia stato a lungo meditato, costruito e realizzato per consegnarci quella “densità” volta alla compiutezza dell’opera. La fluida levità dell’espressione utilizzata, inoltre, ci significa un desiderio di comunicazione diretta, dedicata al lettore: un’esperienza che sicuramente appartiene all’autrice ma che denota altresì una certa confidenza/complicità con i poeti dell’America Latina, continente spesso frequentato da Marulli.
«Il senso del sentiero… è nel ritorno» è l’affermazione che compare in un testo e conduce a riflessioni intense, anche antitetiche perché non solo di ripercorrenza è fatto, ma anche di sola direzione, in un andare che si esaurisce nel moto; il suo nutrimento è il vivere percettivo, dedicato a quel numero di sensi indefinito che travalica il cinque e diviene sentire premonitore, trapasso dall’afflizione del reale. È il pensiero che torna indietro come palliativo allo scorrere del tempo in avanti: somma infinita di tutti i minuti che spettano, fino all’ultimo che ne segna il termine.Tra un assioma (il ritorno) e un’astrazione (sulle nuvole), Marulli offre al lettore la prima sezione nella quale mostra l’alchimia costitutiva del suo pensiero coltivato e, con munifico gesto donativo, ce ne regala senso e fattezza.

Il senso bianco della nuvole è dunque il manifesto approdo cui giunge l’astrazione veloce della mente, tutte le volte che si lascia andare al viaggio e al viaggio fa ritorno. La sua tensione è al dialogo con la parte migliore di ogni essere/lettore, tanto da far provare rammarico per coloro che non hanno l’opportunità di leggere Percorsi, privandosi di un abbraccio che sostiene. L’autrice ragiona con la misura della terra e per questo non sa comprendere il senso bianco della nuvole.
Così, dall’equidistanza del centro del cerchio, noi lettori scopriamo il ventre pregno della madre, senza saperlo, avendolo conosciuto, ma non riconosciuto. Cinzia ci dona questa consapevolezza.
Nel ritorno del sentiero, la memoria è la traccia che riporta il tempo alla dimensione del minuto perso nel niente di un circoscritto orizzonte Zen che anima la silloge. Non c’è narrazione di dolore, ma la sua presenza pervasiva ghermisce l’animo di chi lo ha conosciuto. Ognuno il suo, diverso, tutti sapendone l’effetto. È per questo che si rende necessaria una via di fuga e, nel caso di Cinzia, è rappresentata dal mare. Si tratta di una ricorrenza amniotica, un ritorno di pensiero affrancato da affanni e libero di scoprire arcani campi morfici che chiamavamo lari, iniziazione a cui tutti ci riferiamo.
Quale motore d’esistenza, solitudine e consapevolezza del sogno emergono dai versi: si tratta di ricorrenze che divengono convinzioni basaltine, che non demordono, che sanno di principi universali; la loro radice profonda è un fittone, la cima, aspira in alto all’azzurro del cielo.

Nella sezione seconda - Il paradosso del cerchio - affiora il senso civico e originale dei versi, rivolti al meglio del nostro animo e alla speranza del bene insito che, oltre il tutto, ci riconsegna ai valori di una speranza indomita nel bene stesso. L’eredità della memoria alimenta nuova linfa che la rigenera come funzione d’onda di ritorno e costringe il pensiero a individuare chi sono gli aguzzini contemporanei. Marulli, sull’orlo del presente, contempla come si alimenta la pena del rimorso e nella sua narrazione scuote le coscienze malate, porta in superficie l’umanità sepolta ma non abiurata, insufficiente tuttavia a produrre il moto di ribellione che sovverta e dia il cambio direzione. I poeti a scavare nelle miniere profonde con la pala della solitudine, senza mai diventare «brava gente» per via della loro presunzione, sono un portato di contemporaneità che induce riflessione.

Il riflesso della luce è la terza sezione: perfetta nel numero e nella condizione di epitaffio, dove la morte è il nero e il nero la morte, in un giocoso alternarsi di metafore che sdrammatizzano il lutto dell’assenza. Incontrerò Cinzia nella sua polvere, polvere anch’io, per parlare insieme la lingua dell’inespresso e mostrarle i cassetti in cui frugare(*).

Settembre 2016



(*)
Quando sarò dentro alla mia tomba
mi metterò seduta a guardare il mare
e aspetterò di diventare polvere
allora potrò ascoltare i discorsi segreti
e viaggiare nei luoghi dove non sono mai stata
potrò parlare con il vento
e camminare insieme alle nuvole.
Andrò a casa di tutti i poeti e
frugherò nei loro cassetti.

Quando sarò dentro alla mia tomba
non ci sarà più il freddo e potrò
passeggiare senza paura di ammalarmi
mi siederò su una panchina
e leggerò tutti i libri che non ho ancora letto.
Non ci sarà più neanche il Tempo
e io resterò per sempre giovane
mi metterò lo smalto alle unghie
e legherò i capelli con i fili d’erba.

Quando sarò dentro alla mia tomba
mi laverò l’anima con le parole:
saranno loro le mie preghiere.

Cinzia Marulli



lunedì 19 settembre 2016

X edizione del Premio Prata

Ci sono eventi che rimangono densi dentro di noi. E a renderli tali non è solo il prestigio del loro nome, la bellezza dei luoghi. Ma l’umanità delle persone.
La serata del 17 settembre è stata culla di uno di questi eventi, la decima edizione del Premio Prata, che si è svolto nella sacralità della Basilica Paleocristiana della S.S. Annunziata a Prata di Principato Ultra in provincia di Avellino.  Il presidente del Premio, Antonietta Gnerre e il vice presidente Armando Gallo coadiuvati da uno staff di collaboratori di altissimo livello professionale hanno dato vita, nella verde e fertile Irpinia, a una sorta di miracolo culturale, artistico e umano che si erge come esempio nello scenario sempre più culturalmente apocalittico della nostra società contemporanea.  Il connubio tra personalità della cultura e dell’arte e la forte partecipazione della popolazione ha avuto l’effetto di un abbraccio caldo creando una realtà importante che ci riporta ai bei tempi, quando non esistevano ancora i centri commerciali e i luoghi e le attività di cultura erano mete e pratiche comuni tra tanti di noi.  
L’evento, condotto per la prima parte da Stefania Marotti e nella seconda parte da Barbara Ciarcia, entrambi giornaliste de “Il mattino” si è aperto con il recital musicale “Gente di mare e di terra” a cura del maestro Paolo De Vito che ci ha portato indietro nel tempo e ci ha toccato nell’anima ricordandoci i sacrifici dei nostri migranti. E’ stata poi la volta del saluto di Gianni Festa, direttore del “Quotidiano del sud”.
I premiati di quest’anno, Fabio Zavattaro, Bianca Garavelli, Andrea Caterini,  Daniele Piccini, Luisa Castro, Antonio Riccardi, Ida D’Onofrio, Paola Nazzaro, Maurizio Soldini, Igiaba Scego, Salvatore Esposito, Giovanni Savignano, si sono susseguiti sul podio per ricevere da parte della giuria le targhe a loro dedicate mentre il presidente della giuria, prof. Cosimo Caputo ha letto le motivazioni dei premi.
Estremamente interessante la partecipazione di Gigi Marzullo, fedelissimo del premio, che ha intervistato con la sua inconfondibile bravura tutti i premiati.
Un momento di altissima emozione l’ha regalato l’attore Sebastiano Somma, ospite della serata, che ha interpretato magistralmente il Principe di Salina del Gattopardo nel momento in cui rifiuta l’incarico di Senatore del Regno.
In ultimo è stato consegnato il Premio Irpinia nel Mondo al film “Ultima Fermata”  interpretato da Sergio Assisi, Claudia Cardinale, Luca Lionello e Francesca Tasini.  A ritirarlo il regista in persona, Giambattista Assanti, che ci ha parlato del suo amore per il cinema e donato un’anticipazione sulla sua prossima creazione.
Ma l’evento non si è concluso qui, bensì è proseguito nel piazzale antistante la Basilica dove la generosissima popolazione Irpina ha allestito un buffet ricco di cibi tradizionali cucinati appositamente dalle signore del luogo consentendo quindi di creare momenti di scambio e di dialogo informale tra la popolazione e i partecipanti alla cerimonia.
A questo evento principale seguiranno altre manifestazioni collaterali durante le quali saranno premiati Franco Buffoni, Stas' Gawronski e Marika Borrelli

Appuntamento dunque al prossimo anno con l’XI edizione del Premio Prata che vede come direttore artistico il fotografo Rino Bianchi e come presidenti onorari Claudio Damiani e Davide Rondoni, e buon lavoro alla giuria di cui ho l’onore di far parte unitamente a Cosimo Caputo, Enzo Rega, Monia Gaita, Domenico Cipriano, Giovanna Pisano, Rita Pacilio, Melania Panico e Giuseppe Vetromile e a tutto lo staff del Premio che instancabilmente lavora per la cultura e per la propria terra.
                                                                                                                       
Cinzia Marulli

domenica 5 giugno 2016

Su Fare e disfare di Marzia Spinelli (LietoColle 2009)

Ripropongo una mia nota di lettura al libro di poesie di Marzia Spinelli Fare e disfare (Lietocolle 2009) con una selezione di poesie:


Leggendo la silloge di Marzia Spinelli “Fare e Disfare (LietoColle – 2009) mi è sembrato di afferrare con mano la fatica della sua costruzione; in essa c’è racchiusa una vita intera scelta sillaba a sillaba in un continuo lavorio di fare e disfare fino a giungere, o quasi, al compiuto. E la metafora che è del libro rispecchia quindi l’esistenza che nulla ha concesso gratuitamente ma che ha richiesto invece tutta la fatica del lavoro costante. In tale palestra si è dunque formata Marzia Spinelli poeta. Non siamo di fronte ad un esistenzialismo sterile, ma davanti ad una profondissima esperienza di vita, meditata, ragionata, assaporata fino in fondo.
Non ci sono concessioni nel libro della poetessa: tutte le poesie sono intrise di una particolare magrezza che le vuole ridotte ai minimi termini quale esempio di sintesi massima. Ogni parola è esattamente là, dove deve essere. Anche il suono, la fonetica, oltre che l’aspetto d’inchiostro, il valore lessicale e semantico, è quello che deve essere, in assoluta armonia con gli altri suoni in un insieme che diventa “canto” e che ci porta ad esplorare i nostri mondi interiori, a guardare con occhi limpidi e privi di ogni orpello il nostro sentire.
Ruolo privilegiato nella poetica di Marzia Spinelli è proprio il “poetare”. Infatti alla poesia ella dedica alcuni versi tra i più forti e lucidissimi, che tagliano la realtà senza farla sanguinare come fossero un bisturi arroventato. Nella poesia “in morte di Luzi e di altri”, senza alcun tentennamento, chiaramente e direttamente Marzia affronta ed esaurisce uno dei temi centrali dell’essenza stessa della poesia, tema che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro a innumerevoli critici: a Marzia bastano invece poche parole per dire che “tutto è già stato fatto” (…quale fulgida variante/che non sia l’infima radiosità/del sole d’altri:/un raggio di tomba/era l’unica grande sera….) che ormai ogni sperimentalismo è, probabilmente, solo una vaga imitazione, che, in fondo, tutto si gioca nell’emozione. Per poi sintetizzare nella poesia “Poeti” il profondo sentire, l’immergersi nel tutto, la capacità di stupore che è propria dell’animo poetico (Il pane quotidiano dei poeti/che gli occhi fanno neve,/che mordono guardando al cielo,/è una briciola bianca/una nuvola, un eolico anemone.). La poesia è cantata nei versi di Marzia, essa è prodigio, è purezza, meraviglia, vitalità, fanciullezza, bellezza; il poeta è colui che osa chiamare la morte e dirle  Vieni, il salto eterno sarà mio” (dalla poesia Cardiopoetica).
Profondo nel libro di Marzia Spinelli è il desiderio di sopravvivere, non il desiderio di vivere a lungo, bensì la necessità intimissima di lasciare una traccia concreta della propria esistenza, qualcosa che vada oltre la carne, che si concretizzi invece con l’essenza. Così, nella dedica alle figlie “A Sara e Costanza, per restare” si manifesta questo sentimento di eternità e ancora nella poesia “Resiste la terra prolifica”, Marzia invoca “Come vorrei sopravviverle”: è quasi una preghiera che trova poi, naturalmente, forse addirittura inconsapevolmente, la sua risposta nella poesia stessa.
Quello di Marzia Spinelli è un viaggio, e il  viaggio è la sua vita, con il suo passato, il mondo interiore e quello circostante che non termina nell’esaurirsi dell’oggi ma continua nell’aspettativa per il futuro.
Tutta la raccolta è una sorta di dialogo che rimanda poi il lettore a interrogare se stesso, a meditare sulle sue vicende, sulla propria esistenza e sul senso stesso che le abbiamo attribuito.

E mi piace chiudere con le parole del nostro Guido Oldani che ha scritto, in perfetta sintonia con la poesia di Marzia, in una prefazione altrettanto sintetica quanto intrisa di significato: “Qui, questa scrittura, cerca la sua strada proprio mirando al un dialogo con la poesia che sta nel suo altrove”.



Alcune poesie tratte da “Fare e disfare” di Marzia Spinelli.

In morte di Luzi e altri

Cosa possiamo dire
noi del ventunesimo,
quale fulgida variante
che non sia l'infima radiosità
del sole d'altri:
un raggio di tomba
era l'unica grande sera.
La corda del millennio s'è smarrita:
la preda è la luce,
la stessa emoglobina che veste la memoria,
la sillaba braccata,
l'identica goccia di una lacrima.


Poeti

Il pane quotidiano dei poeti
che gli occhi fanno neve,
che mordono guardando al cielo,
è una briciola bianca
unanuvola, un eolico anemone.


Quello che resta

Ma tu percorri ancora il filamento antico,
il codice segreto che credi conosciuto:
non appartiene più il grido unanime
- altro ci prese, altro si smarrì -
È solo l'invisibile dolcezza
che della vita resta.
La sintesi di rabbia e pena,
il suo ciglio e il suo profilo.
Il vento d'uomo che accompagna
con voce di ninfa la poesia.


Cardiopoetica

Ha il polso bradicardico d’un demone fanciullo
il cuore disordinato del poeta.
Pulsa nel caos del mondo e fibrilla
e resta bello. Va alla morte
come il suo migliore estimatore:
-Vieni- le grida – il salto eterno sarà mio.


Prodigio

Se potessi dire giuste parole con suono pulito
anche la mia bocca
avrebbe il sapore dell’acqua che non odora
o della prima neve che resta bianca.
Ma è prodigio di terra a fare poeta…
colui che veste gli oceani e le pianure
vaste e le rade colme del mondo,
l’esagono calmo di meraviglie.
Fare e disfare

La vita è un lascito imbrigliato:
non scioglie lacci tardi,
tenaci compongono l'attesa,
l'esatta vicinanza, l'orbita schiarita.
Soffia pietoso l'estro del giorno, l'ora d'aria.
Freme e s'arresta il punto quotidiano.


Questa notte

Non dorme questa notte. S'attarda nella conta
di ieri e di domani, è questo che non torna:
l'onda piena che monta,
il peso dell'aria che cerchiamo
nel cielo dell'altro un po' più ampio.
Sfugge il suo chiarore,
blindato accanto a noi.


Tra ieri e domani

Ero seduta e le voci si univano all'aria...
poi si sono fatte silenzio
in questo soffuso dolore,
intaglio di vita che accoglie,
chiama da ogni finestra socchiusa
per ogni domani che viene
sconosciuto a entrambi, come sai,
sappiamo ormai.


Marzia Spinelli è nata nel 1957 a Roma dove vive e lavora presso un Ente pubblico.
È redattrice e tra i fondatori della rivista Línfera, per il Movimento della Neorinascenza letteraria, nata nel 2006. In passato ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura, tra cui La bottega del restauro, Fron­tiera, Omero sulle quali sono apparsi suoi articoli e testi in prosa. Attualmente è redattrice nella rivista I fiori del male. Suoi testi poetici sono stati pubblicati nel volume antologici Laboratorio «Zone», I poeti (Bagatto, 1990), Partendo dalla sala infera (Notegen, 2005).
In poesia ha pubblicato Fare e disfare (LietoColle 2009) con prefazione di Guido Oldani e Nelle tue stanze (Ed. Progetto Cultura – Collezione di quaderni di poesia Le gemme - 2012) con prefazione di Alberto Toni. In e-book con LaRecherche nell’ambito del progetto Poesia Condivisa ha pubblicato Nel cielo dell’altro un po’ più ampio (2014) con introduzione di Mario Meléndez.