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martedì 20 giugno 2017

ParolaPoesia: La memoria e il tempo nella poesia di Marzia Spinelli

Come curatrice della collana nella quale Marzia Spinelli ha pubblicato la sua ultima raccolta poetica Nelle tue stanze, mi sono detta che probabilmente non sarebbe stato deontologico scrivere e divulgare una nota di lettura della sua raccolta; ma in me non c’è nessun doppio fine, nessun scopo pubblicitario se non l’esigenza vera di esprimere attraverso questo scritto il mio grande apprezzamento per la sua opera.
Considerato che la poesia non è mai del poeta che la scrive, ma diviene un dono all'umanità, la mia è una  gratitudine sincera che nasce dall'anima – come, del resto,  è necessario che nasca la gratitudine - nei confronti di questa poetessa così minimale e riservata eppure così grande nella sua poesia.
                                                                                                                                   
                                                                                                                                 Cinzia Marulli


Nelle tue stanze di Marzia Spinelli edito dalla casa editrice Progetto Cultura nella collezione di quaderni di poesia Le gemme - da me curata - segue di tre anni la prima raccolta poetica Fare e disfare della Spinelli; si distingue da quest’ultima per la tematica  mentre se ne avvicina per lo stile conciso e personalissimo dell’autrice.
E’ dunque il naturale seguito di una voce poetica che si sta sempre più inserendo come voce importante e significativa della poesia contemporanea.
Con Nelle tue stanze la Spinelli ci fa un dono particolare: una raccolta poetica tutta incentrata sulla memoria della madre. Una rarità da un punto di vista letterario considerato che il tema della madre è stato ampiamente trattato nel passato in letteratura, ma quasi esclusivamente da autori uomini con, ovviamente, la prospettiva maschile del ruolo materno; ricordiamo, solo per citare qualche autore: Umberto Saba con Preghiera alla madre, Giuseppe Ungaretti con La madre, Salvatore Quasimodo  con Lettera alla madre, Eugenio Montale con A mia madre, Giorgio Caproni con Preghiera, Pier Paolo Pasolini con la sua famosissima Supplica alla madre, da ultimissimo Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre; in tutti questi versi la madre è sì una figura reale, concreta (a differenza di quello che invece succedeva nella classicità dove la madre era una figura esemplata su un modello universale), ma pur sempre ritenuta un essere perfetto, sublimato. Unica eccezione è Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre, dove troviamo l’umanissima madre Elena; in campo femminile mi viene in mente la madre Isuzza della Morante, ma anche qui si tratta di un personaggio di un romanzo (La Storia) e non della madre dell’autrice.
La Spinelli invece dedica questa raccolta a Lina, la madre persa da poco tempo, ne fa una descrizione emozionale ricorrendo alla memoria.
Profondamente significativo è il titolo stesso dell’opera: la stanza come ha ben detto Sabino Caronia in una nota critica all’opera della Spinelli ci ricorda Giovanni Cristini e la sua epigrafe borgesiana messa a premessa del poemetto che s’intitola proprio La stanza: tutta la storia dell’umanità può essere scritta sulle pareti bianche di una stanza.
Quindi il titolo ci conduce attraverso un luogo del ricordo; è Marzia stessa che ci apre la porta della sua memoria per farci entrare in luoghi intrisi di storia; ma qui non troviamo solo la madre Lina, c’è anche quello che Lina ha lasciato, c’è sua figlia, le sue nipoti.
La storia di una famiglia diviene la storia di tutte le famiglie perché non ci sono archetipi, figure ideali o idealizzate. C’è la vita, la concretezza del reale e la trasmissione del sentimento della perdita. La figura della madre vista dagli occhi della figlia, che è madre a sua volta, perde quella freddezza dello stereotipo e diviene carne, passione, amore.
La madre di “Negozio di pietre” è l’identificazione della propria madre nella figura di un’altra madre incontrata per caso: ed è una figura umanissima; basti leggere i versi ha capelli come i tuoi questa invisibile piccola statua.
Ma in questa poesia si ravvisa anche una sorta di finalità dell’autrice, un messaggio che invia a tutti coloro che hanno ancora a che fare con i propri genitori, vecchi malati, a volte difficilmente trattabili nella quotidianità della vita. Ci lancia questo messaggio proprio mettendo in evidenza l’indifferenza della figlia nei confronti della madre e dicendo: alla figlia padrona che annuncia i saldi/volevo dare un segnale,/ma solo per me la coincidenza, la pena, le pietre da sgranare/.
Si può dire che in questo libro il protagonista, o meglio i protagonisti sono le sensazioni, le emozioni lasciate dalla memoria; esso sembra nascere da un’urgenza dell’anima, come risposta al vuoto della perdita, ma anche come desiderio di dire ancora alla propria madre tutte quelle cose che non si è fatto in tempo a dire. E proprio il Tempo con la T maiuscola ricorre quasi in modo ossessivo nei versi della poetessa: già nella prima poesia troviamo ... mi nascondo al Tempo/, nella quarta c’è ... e decifrare insieme il battito del Tempo, nella quattordicesima ...Ora so che è semina il Tempo, nella quindicesima ... come non ci fosse stato avviso/e mai in bilico il Tempo, nell’ultima appare addirittura due volte ... nel gelo del Tempo e Il Tempo di passa sopra.
Il Tempo dunque come persona-personaggio che trascina con sé la vita, la memoria, le opportunità. La dimensione spazio-temporale dei versi dell’undicesima: l’ultima stanza è l’ultimo giorno,/ il più lungo poi ti portano via.
E’, questo libro della Spinelli, una vera gemma, un dono dell’autrice che arricchisce la poesia contemporanea, una voce necessaria. I posteri, ne sono certa, me ne daranno conferma.  
                                                                                                                                           Cinzia Marulli 
                                                                                                                                                      

                                                                                
Alcune poesie tratte da Nelle tue stanze


VIII
a dimenticare la voce
ci vogliono anni, mi dicono.
Parlano come sapessero
tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,
straniera approdata.
Stesso dolore, stesso cuore pesto,
abisso che si tace, se ne parla da soli
come colloquiano i matti.

 X
le foglie rosse nella tua stanza,
inutile raccolta, insostenibile il vuoto
affacciato su questo nulla,
peggiora di giorno in giorno,
inutile l’acqua e l’aria,
le più frantumate s’insinuano agli angoli
del parquet divelto,
non avvertono, non lasciano traccia
le più leggere che volano via.

XIV
l’amo della memoria
è una corda pendula, il gancio
su un’attesa da riempire,
pestando a terra come fosse uva.

se agronomi della vita o geometri dell’aria
lo sapremo alla fine. Ora so che è semina il Tempo,
porta tutto a vendemmia, anche le stelle.

XVII
In sogno scopro felice che sei viva,
ma l’abbraccio non ha presa,
infilo gesti in un’ assenza
di attrazione,
dura finché chiedo se sono
alla vista, al tatto, di qualcosa.
Dovrei essere anche senza di te,
risponde il corpo che formicola.

XIX
solo i poeti sanno la nascita
segnata dalle stelle, la veglia di luce
su le colpe che diventano preghiere,
su quali chiodi fissi vigila
il pieno e il nuovo della luna.
Nel tempo che dormiamo c’è un arresto
o un ignoto accelerato
dalla staffetta dimenticata della morte.
XX
Siede il Novecento
su la tua schiena curva
di superstite
air bag di bombe e di rese

era cibo la Storia nel guscio
chiaro dei più limpidi ricordi
la guerra, il matrimonio, la mia nascita
il diario comune di ragazza

nell'infinito sbando dei venti
e le tempeste
l’arco minuscolo, la parabola,
il perimetro del mio secolo.

Marzia Spinelli
da Nelle tue stanze, Ed. Progetto Cultura 2003, Collana Le Gemme, 2012




Marzia Spinelli, romana, è stata tra i fondatori e nella redazione della rivista Línfera. Attualmente nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato con articoli e testi in prosa a La bottega del restauro, Frontiera, Omero, Polimnia. Suoi testi poetici sono presenti in varie antologie edite da Bagatto, Notegen, Aletti, Artescrittura, LietoColle, Lepisma. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Fare e disfare (LietoColle,2009)e Nelle tue stanze (Progetto Cultura, Collezione quaderni di poesia Le Gemme, 2012).


domenica 18 giugno 2017

ParolaPoesia: La spirituale concretezza nella poesia di Cinzia Marulli - Franca Alaimo legge Percorsi (Ed. la Vita Felice 2016)

È da un intimo, profondo nucleo di gioia (che fa dire alla poeta: “Io preferisco la gioia/ quella che nasce dentro insieme alla luce bianca dell’alba”, p.41) che sgorga la poesia della Marulli, la quale, sebbene non taccia la scena per tanti versi drammatica del mondo, di cui si fa testimone attenta ed emozionata, non si lascia dominare dalla cultura del nichilismo.
Né la poeta romana cede all’oscurità dello sperimentalismo contemporaneo, quasi che la positività del suo credo non possa non sposare la chiarezza dell’espressione, la quale si mantiene sempre su un registro mediano con qualche cedimento al tono colloquiale, così che pensieri, riflessioni, immagini giungono al lettore immediati, senza filtri, senza infingimenti.
Quella della Marulli è una poesia variegata, aperta a tutti i temi: da quelli civili a quelli memoriali, da quelli attinenti alla dimensione terrena a quelli metafisici; e però essi sono cuciti insieme dalla consapevolezza del mistero dell’esistere e della sua complessità non definibili, né risolvibili.
Ecco perché nel suo dire assume centralità il percorso (o i Percorsi, come recita il titolo) che ciascun uomo compie nel bene e nel male, nel dolore e nella gioia, piegandosi  “come un ramo davanti al tempo”, fino a quando, con la morte, non si aprirà quel dove imperscrutabile (“quel luogo dove ritrovarmi”), inizio e fine, in una prodigiosa circolarità o se si preferisce nel paradosso del cerchio”,  così come s’intitola la seconda delle tre sezioni in cui si divide la silloge.
L’esergo (una citazione da Machado) così, infatti, dice: “Viandante sono le tue impronte/ la via e nulla più;/ Viandante non esiste un sentiero/ il sentiero si crea camminando.”
Per l’impasto degli argomenti, dei timbri emotivi, per l’interrogarsi sensibile dell’anima di fronte agli accidenti della Storia, si ha l’impressione, leggendo i testi della Marulli, di trovarsi di fronte ad una spirituale concretezza, ché visibile ed invisibile, immanenza e trascendenza sono mescolati insieme in nome di un dialogo incessante fra vita e morte,
fra la sfera umana e quella divina, fra possibile e impossibile, fra realtà e sogno.
Si tratta, insomma, di una poesia che si fa anche testimone di fede nel mondo, nonostante il male, nonostante la percezione di una bellezza continuamente minacciata, che evita l’intellettualismo per desiderio di condivisione, e la cui intonazione sembra scegliere la semplicità di una conversazione con i propri lettori.


                                                                                   Franca Alaimo

da  Percorsi 

*
In questa solitudine
che esplode
il mare
lontano e quieto
nasconde la potenza
di un animo perso.

Lì giù,
dove neanche la luce
può arrivare
c’è l’onda che freme

e la roccia è niente.

 *
Il grido di sale tra le gabbie indicibili del costato
le costole frantumate da un cuore fermo, le mani bianche
tra le macerie finte della fotografia
luce e grida, lampi di dolore – voi lì  – noi qui.

La carta ci unisce
ma noi guardiamo e voi urlate
a noi basta spegnere il tablet per voltare pagina
per fermare a mezz’aria le bombe
                                                per ricostruire un pensiero nuovo.

E mentre le donne a gambe larghe urlano le loro mutilazioni
noi firmiamo appelli che vagano nell’etere
e vendiamo armi agli assassini
siamo qui, d’agosto, a stenderci al sole col sottofondo delle tragedie folli.

Le grida che agonizzano sotto la terra sterile
nei luoghi della dimenticanza
le rose crescono senza petali e il rosso è quello del sangue.

Buona la pasta mangiata a mezzogiorno
mentre i missili saettano lontano e quel bicchiere
di vino che bagna la coscienza e  ubriaca la memoria
è secco come la vagina infibulata di una donna tristissima.

Il grido, il grido della terra che inonda tutto
questo orrore con le acque sacre del perdono
in quel giardino lontano – forse anche finto –
dove una rosa dai petali bianchi sboccia.
         

                                                                        agosto 2014

 *
Quando morirò
vorrei che fosse in una splendida giornata di sole.

Non spendete soldi per la bara
a me bastano quattro tavole di legno.

Niente lacrime per favore.

Io non so dove andrò,
se potrò tornare per raccontare il viaggio.

So però che ho camminato qui,
su questa terra tonda
con un corpo pesante ma con l’anima leggera.

So che ho amato
e che sono stata amata
e il dolore non mi ha risparmiata – in esso sono cresciuta.

Niente lacrime – per carità.
Lasciatele per chi non ha osato il percorso.







Franca Alaimo è nata nel 1947 a Palermo dove vive. Ha scritto una quindicina di libri di poesie. Con il romanzo breve L’uomo dell’incoronazione Serarcangeli, ha esordito nella narrativa. E’ autrice di saggi sulla poesia di numerosi autori.

Cosa dice di sé:
“amo tutto ciò che è bello: l’arte, la natura, le cose dello spirito. molti dolori hanno attraversato la mia vita, ma sono stati proprio essi a concimare il terreno della mia anima e a dare linfa alla mia scrittura poetica. del resto concepisco la vita come un’esperienza che si fa sia attraverso gli eventi negativi che quelli positivi. ritengo, tuttavia, che il nucleo più profondo sia fatto solo di gioia pura, proprio perché reca in sè l’impronta del divino. ho già compiuto i miei 63 anni, ma non smetto di condividere con la altre creature lo stupore per la vita e di interrogarmi sul mistero”.

uisi.